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T I T A N I U Mterry may - qb Welcomes on the Titanium. Il Titanium lo immagino come una nave corsara. Per me è una nave corsara. Non ci sono saccheggi e nessun atto di pirateria. I corsari hanno una storia nobile. Nobiltà d'animo. S'animano e si muovono... Si andava per i mari con una bandiera detta Jolie Rouge, gioia rossa... poi succede, durante una notte di nebbia, che devon confondersi e confondere il proprio arrivo e attacco sulla terra ferma... è una lotta, quasi continua, per difendere l'anima corsara; succede che la bandiera con il temibile teschio la fanno nera... nera di notte e nebbia. Succede che quella bandiera sarà chiamata Jolly Roger, e sarà snaturata e relegata al commercio, sarà un luogo e sarà comune. Succede che la gioia rossa, Jolie Rouge de vivre, non si stampa sulle t-shirt e non ha bandiere più; e succedono tante cose ancora e ancora e dopo ancora...
quiQui pro quo.
Nata al Sud d'Italia, dove lo stivale corrisponde con il quinto dito del piede e dove prima c'era la Magna Grecia.
La mia idea di nascita è fuori. Lo stivale, per certi andamenti, mi sta stretto. Per me sarebbe stato l'ideale nascere vicino alle acque del Mare del Nord, crescere su una di quelle spiagge di niente, avere tutti i giorni maree e ritmi di sole e luna. Nascere in una terra di nessuno, senza essere italiana o straniera. Sarebbe stato diverso dirmi. Nata a....? Nata, avrei potuto dire, qui, indicando, su una mappa, un punto cerchiato senza nome... Invece, che sono nata a Locri, è facile dirlo. Si capisce e non servono le mappe. Calabrese. Brand. Può andare, grazie. Il calabrese è passato di grado. Brava gente se non fa cose brutte. Non c'è bisogno di mappe per orientarsi. Tutti sanno che non è la Magna Grecia. Di quel periodo ora i reperti archeologici e il magna (o magna magna). Roba genuina. Così dicono. Negli anni del boom economico i calabresi cominciano ad esser terroni, magari lo sono anche prima ma non lo sa nessuno, e nessuno glielo dice. Si muovono con valigie di cartone su treni che li rigettano al Nord e coltivano i pomodori e il prezzemolo nella vasca da bagno. Loro non hanno coscienza che stanno già praticando l'agricoltura del futuro; sono all'avanguardia e sono al contempo terroni. La cosa è seria. E' l'orto in casa. Adesso si organizzano corsi e seminari su come salvarsi e salvare l'ambiente, tornare ad un'alimentazione sana. Loro, i terroni, erano talmente terroni che se ne fottevano e continuavano a praticar l'orto pure al Nord, nessuno gli aveva detto che erano "troppo avanti" con quella mania dell'orto. Nessuno lo sapeva. Non sarebbero stati terroni, ma ingegneri dell'ecologia e del sistema: sarebbero stati a fare mondi, tra un orto al quinto piano di un verde verticale e una valigia di cartone. prato ingleseL'arte è un bordello. Cattelan è 'na zoccola, e molti vorrebbero diventare come Cattelan. Ma chi sono le nuove zoccole?... il lavoro dell'artista è meritorio, come il mestiere più antico del mondo dona al fruitore piacere o dolore. Chi lo fa meglio?... Madonna dice che sono gli italiani... ma, l'erba del vicino, pare, sia sempre più verde.
Scrivo queste domande alla luce debole di un mattino; è il due di aprile, quasi uno scherzo. Le domande sono rivolte ad un certo Sandro Chia, l'intermediario tra il lettore e l'artista è la prima rivista d'arte in Europa, Flash Art. La domanda è assurda abbastanza, quasi fastidiosa come lo può essere "un gatto attaccato ai marun".... (citazione colta dal mitico Giugno).
Ok. L'intermediario, l'ambasciator che non porta pena, porta domanda.
Da Sandro Chia un eloquente silenzio.
Capisco al volo la risposta. Meglio non attaccarsi ai marun. Meglio lasciare il meglio come concetto in compagnia del peggio, chi lo fa meglio e chi lo fa peggio vuol dire la stessa cosa, che si tratta con il piacere, roba di gusto, di tatto, visione; ma ancor più con etica e modus; valori culturali incorporati a manetta; il meglio ha il peggio come opposto e all'opposto del peggio c'è il meglio. Bella roba.
Quel che mi piace di tutta quest'idea d'intervista è il taglio, i tagli, come fosse l'erba d'un prato inglese e lì, sull'erba affettata, nera e lunga l'ombra metafisica di un gatto attaccato ai marun...
metri quadriLunedì 22 giugno 2009 alle ore 19:00 inauguro la TERRY MAY HOME GALLERY a Ferrara.
La casa studio diventa pure galleria.
Cosa fa la differenza? Matematicamente è il resto. Quel che resta a casa; nella Home, fuori dalle mostre in corso. Poter vedere le carte e le tele che restano da ogni periodico spostamento. I quadri vanno in trasferta e non sempre e non tutti tornano al mittente. Partono e giungono a far parte di collezioni private, a stare in altri luoghi, pareti di altre case e saranno di pochi sguardi. Si spostano e forse spostano. Son pitture che pur rappresentando il fuori vivono del dentro, di interni e di interiorità. Il resto è la bassa metratura quadra: una casa che non è un albergo ma un monolocale. Quadra alla perfezione. Il gioco è nell'allestire di volta in volta l'ambiente senza snaturarne la funzione di casa, studio, galleria. Senza vergogna per un bicchiere fuori posto. Cosa offro? In effetti niente, o ben poco, e quel poco è del comunicare ed è dell'arte; di mio il gesto, lo smucinar. Il mondo è pieno di gallerie e di studi e di case... la differenza è sempre nel resto, il resto mancia, il resto gratuito.
In questo resto, proprio della Home, c'è il tempo, lo spazio, il moto; il tempo e i tempi miei con opere che amo.
MENELAO...un Menelao ballerino mi commuove.
L'incipit, la scrittura, a tratti, e in certi versi, per certi versi, incomprensibile, quasi delirante, non m'importa: prendo appunti...
il pensiero non pago... (per tutto il resto c'è visa)
C'è un passo nella mia vita che è l'incontro con il passo di Menelao... da quel passo questa vita, la commozione per il tempo e il tempo di un passo, il richiamo a una grecità antica, di riti pagani senza l'idea dell'umano sacrificio; da quel passo altri incontri, quel senso che è proprio del blu ferrarese...
altre direzioni e colori, verso me, e da quel passo il trascorrere; da quel Menelao ballerino, l'incontro con Hermes.
Hermes mio dio, compagno di gioco. Ermetico, immaginifico Mercurio in esilio, nel mio cielo, in un altrove appena intuito. Fluxus.
Hermes, dio stanco di sé, s'inventa uomo per cambiare, morire, negarsi. Il dio della comunicazione che, stremato, in un barlume d'infinito, vuol smettersi, togliersi i calzari alati e stare, fermo, e sempre, sempre si comunica...
L'incomunicabilità è un linguaggio universale, non c'è bisogno di parole, traduzioni...
Allora il portare, ermetico dare semplicemente, aprire le mani; le imprese e i viaggi; allora i messaggi dagli dèi ai mortali; allora i messaggi da un essere vivente all'altro; allora questo mio essere scaturito da un passo, da un Menelao ballerino... THE FAMEQuasi vegetariana
...non so, una mano sola può far rumore perché ha le dita e si possono far schioccare... se avessi le risposte non starei qui... credo, forse alla destra o sinistra del padre o da quelle parti. Essere qui ed essere vivi è bello, è il potenziale chi mi garba... per quanto riguarda il quasi vegetariana io lo sento vero, per me, quel quasi...
non è mica tanto bello, lo è tanto quanto l'esser carnivori; quasi vegetariana è mangiare una verdura che è, comunque, organismo vivente e, pertanto, ha una storia di vita, crescita ecc... ha delle informazioni e comunica qualcosa... solo che tra un essere umano e un vegetale c'è molta distanza e allora, siccome le erbe noi le riteniamo un po' fesse ce le mangiamo senza pensar su... Dovrei, per essere coerente, mangiar sassi... vedrò, forse, chissà, intanto mi nutro di tutto, tutto ciò che mi piace, tutto ciò mi trasmette energia.
Dipingo il mio abecedario. Olio su tela, formato 36x36 centimetri, tanto per quadrare. Ogni lettera è una tela e ad ogni lettera corrisponde la visione di qualcosa. A come arance, B come...
Son tutte cose da mangiare. E' il mio vocabolario della fame. The fame. Cosa è successo. Il mio successo.
The fame.
Facendo e saltando da una lettera all'altra mi rendo conto che sono alla frutta, che mi son buttata sul cibo come un vero animale, che già mi frullano idee per quando avrò finito tutto questo mangiare alfabetizzato, e che per alcune di esse non ho un immediato riscontro visivo... alla R si affaccia una rosetta, ma la rosetta è pane!.. dovrebbe essere alla P!.. ora che ci penso si può mangiare pure una rapa o una rana... cra cra.. ma ecco che la rana emette come dei versi, è poetica.. molti animali si dicono tramite dei versi, cantano e danzano, sentono la musica e non solo, e hanno occhi e una propria visione.
Né carne né pesce. Spesso le bestie soffrono molto prima di finire nel piatto, cotte e magnate. Fanno una vita ingrata, forzata, non hanno spazio vitale, è come se fossero assunte in una fabbrica per produrre la propria carne, il latte, le uova... tutto a ufo. Penso che non facciano una bella vita, penso che quando arrivano nel mio piatto sotto forma di bistecca o uovo io mangerò parte di quella vita senza vita e di quella sofferenza e assimilerò quella tristezza. Abecedario delle forme. Alla P toccan le pere (sic!) ...romantiche o nostalgiche sotto una luna all'imbrunire. Son nature morte a prima vista. Quando la natura non è rappresentata sugli alberi o terra terra, quando è decollegata dalla pianta madre, la si dice morta. Sembra morta, ma è solo svenuta. Perde i sensi. Ciò che rende la vita e la morte di queste nature è il contesto. Non sono impiattate, non sono pronte per l'ultimo viaggio, lontano è l'addio. Godono della luna piena e del sole a volte, non sono né più né meno di me. Di tutti gli esseri viventi i vegetali sono i più enigmatici, non emettono versi, non ci guardano e non riguardano. Hanno potere rappresentante, iconologico; un passato passato ora accanto ad una madonna col bambino ora in una sacra conversazione o su lussuriose tavole imbandite a dir di sacrifici umani e divini, di eternità, di vita e morte, redenzione, peccato... simboli... il primo frutto, proibito, è stato un peccato. Un peccato il divieto, il non poter fare: la tentazione è intrinseca al divieto stesso, è la possibilità, il possibile negato. Un peccato davvero. Mangiare o non mangiare la mela. Perché proprio la mela? Il melograno sarebbe stato più ricco di cromaticità e struttura. La mela è un pretesto. Niente altro. Mi tengo lontana dalle mele perché dopo averne mangiata una potrei tornar su, nello scritto precedente, in mezzo agli animali e far fuori, come un lupo uscito dalla steppa, un'intera fabbrica di muccose operaie... Un peccato tira l'altro. E' il senso di questo peccare per un simile gusto che neanche mi piace, per una mela pretestuosa, una prova d'obbedienza che già prevede la colpa, una trappola per melensi, che manda il mio dipingere verso un altro registro. Cambio di registro. Lascio il tempo delle mele. M come Melanzana. Violacea. Bella. Corposa. Quel che mi interessa capire di questi esseri silenti è la disposizione che assumono nel mio immaginario. Come si affacciano ad esso. Come li metto li metto, come sono davvero per me, come si presentano ai miei occhi, quel che mi dicono e quel che tacciono: sanno del limen... sanno del peso e della misura, equilibristi senza fune... sanno.. sì, proprio di limen. Disegno senza cancellare, perché nella vita l'uso della gomma non è contemplato... Zeta. Zeta come Zucchina. Sono alle prese con una zucchina. Una volta tanto non immagino. Una volta tanto non ricordo. Niente film. La zucchina c'è! Una modella davanti ai miei occhi; piegata un po', incurvata, ed è subito ponte tra due sponde. Sotto scorre un fiume blu oltremare come il cielo e non c'è differenza tra una sponda e l'altra. Il film è già iniziato. Dipingo le sponde di rosa e penso che è un rosa già visto, masticato, tanto masticato... ciancicato come una big bubble... penso che ho studiato tanto ed ecco il risultato!... bel risultato! una gingomma diventata sponde e questo sapore che mi fa partire, comunque, zucchina tangibile o immaginata, a veder e riveder mondi e colori...Bel risultato sì!... e il bello è che non smetto!.. è un viaggio d'andata e ritorno alle buone maniere, alle origini che non sapevano della necessità di masticar e assimilar tanto, del tanto ciancicar una gingomma solo per far il botto dopo il balloon!.. Non sapevo di mele e madonne con il bambino né di sacre conversazioni...solo gingomme e balloon per il gusto e per il botto. X. Ics. Pane per i miei denti. Non m'importa che la Ics sappia di pane, e al pane, alla P di Pane, mi conduca. A Ferrara il pane tipico si chiama coppiette se piccolo, coppie se grande, ma la forma è un'incognita; forma di pane fatto a x. Un pane che rompe lo schema della ciambella e del cerchio e del filone o baguette. On/OffPer un certo tempo della mia vita ho fatto l'aiuto elettricista. Studiavo all'Accademia di Belle Arti ma non bastava.. Ho imparato altre cose allora; far le tracce, segnare i percorsi, e capire come si muove la luce: punti luce, tracce, corrugati... positivo, negativo, massa... Le giornate trascorrevano tra i colori e la preparazione dell'occorrente per ogni passaggio di quei fili, per gli interruttori...
Le mie mani respiravano polvere e calcinacci prima e cemento e gesso poi... e poi la luce. Distruggere, aprire un muro per inserirne qualcosa di prezioso, creare una traccia, immettere aria all'interno, aria e corrente. Elettricità.
Particelle. Protoni. Elettroni. Neutroni.
On/Off. Tutto quello che non si vede è nei muri, corrugato lì, a far da passaggio d'energia. Per anni una lampadina rimane spenta. Poi... On! Accesa. Ma già sono antica. Ragiono all'antica. Gli interruttori son primordi.. cellule fotoelettriche ora.. sensori.. commutatori di presenze... Parto da un interruttore. Accendo la luce. Nasce così un'idea. Era nel muro, corrugata: negativo, positivo, massa... avrà avuto un percorso brevissimo, immediato o ci avrà messo due mesi, tre anni, una vita... ripercorro il senso delle mie idee, vado a ritroso, giro, avanti, indietro, anticipo, seguo, volteggio, guardo da dove arrivano, come mi vengono in mente certe cose, certe idee, idee certe e sicure, i dubbi, e il come s'accende la lampadina, prima del gesto, prima di una moderna sensoriale presenza, prima di pigiare su On. On. Accesa. Eccola la lampadina di Archimede. La raffigurazione grafica di un'idea. Far da assistant ad un elettricista è stata un'ottima scuola di pensiero. Ho imparato che la corrente è di una potenza allucinante, è energia... come un lampo, come un'idea che improvvisa accende e s'accende...fulminea, forte e potente, elettrica ed energica, proprio come una bella idea. Ho imparato che il corrugato ne custodisce il segreto e i percorsi, che le tracce sono fondamentali: corrugati canali dove passano indisturbati il positivo e il negativo e quel filo gialloverde detto massa... ErgoI am I love
I love I am
Per queste opere pittoriche ho voluto le parole. Parole per aria in un colore freddo bordato di bianco.
I am ergo I love; I love ergo I am.
La chiave è in un non scritto ergo cartesiano.
Si può essere senza amare e/o si può amare senza essere? ergo? ...quo vadis?
Così ho voluto e scelto le parole per dire dell'imprescindibilità dell'amore (in qualsiasi forma, spazio e tempo) e dell'essere.
Due. Due opere nate per essere ed essere esposte durante un seminario sulle famiglie oggi (4 aprile 2009 - Sala del Borgonuovo - Via Cairoli 32, Ferrara).
La naturalità delle parole, del I am e del Io amo.
Io è un altro diceva Rimbaud.
Dire Io è un bel dire...
Io gioco e m'accorgo che l'inglese si presta in questo gioco di vocaboli:
in I LOVE è la O, vocale colorata, a rotolare, con un eccellente fisico del ruolo, verso l'essere straniero (I AM) e lo rende comprensibile: Io Amo diviene così compreso di essere (I Am).
...una palla tra i piedi arriva improvvisa; è una O, vocale rotonda di colore, a render significati.
Io è un bel dire ed è perché I-o am-o giocare e giocare con le parole che le ho volute e scelte, come si sceglie e si vuole l'Altro da sé.
Aria...ecco un po' di lavori sul tema dell'aria: le luci e i fili avranno del colore, sto aspettando che si asciughi il cielo per intervenire.
In effetti il Blu che chiamo Ferrarese non esiste in commercio, per me è il Blu di questo cielo, che è sempre diverso, che spesso in questi giorni è bianco a prima vista... è un blu cangiante, un blu bello. Altro particolare le lampade che attraversano il cielo: mi sono apparse come ballerini e ballerine turche, con enormi vesti...vabbè. Intanto le immagini... ...aria ferrarese, guardo in alto... i lampioni di giorno rimandano alla luna; quotidiana, pallida e vicina. I lampioni, le lampadine hanno forme che mi ricordan delle gonne, gonne ampie aperte e sotto la luce (si potrebbe leggere in chiave quasi erotica!), sotto, cioè, una lampadina... Comincio a dipingere queste forme e sembra che siano quasi dei ballerini, quelli turchi...Si apron le danze!..E così, su quei fili, ci vado col colore e con queste creaturine che si stagliano nel cielo, e lo danzano...
...ieri ho cercato gli sponsor per la mostra ma niente da fare. Son tornata a casa, molto appesantita, e mi son quasi suicidata con la tv, perdendo coscienza davanti al grande fratello... qualcosa mi rullava dentro.. un motore... e, verso le due di notte, l'idea: gli inviti saranno aerei.
Aereoplani di carta veri e propri, e come se non bastasse, su carta già scritta. Segni. Sensi. Direzioni. Significati. Parole. Ho utilizzato il mio blocco di appunti di semiotica - tanto che non ho manco la carta! - e sì, volano davvero!.. ...domani avrai il tuo aereo personale, perché le parole portano lontano, ovunque, da dove la terra comincia a respirare e su, nell'aria... Immagina... ci sono solo nuvole, del cielo, una piccola luna in alto, e tre fili rossi e tesi; due di questi sono in diagonale; a un certo punto si toccano (credo sia qualcosa come la tangente, boh) ed uno in verticale. Il titolo è acrobati. De Chirico ne ha scritto qualche passo di questi esseri quasi divini che danzano nel cielo; la radice è greca e significa cima, stare in alto ...attraversare e avere, per averlo attraversato, il cielo e l'aria. Conosco poco la fisica. Per me il cielo comincia da subito, da come smette il suolo, solo che è talmente basso, che quasi lo si calpesta, non ci si accorge che è da lì che nasce; allora si guarda in alto... Il titolo che avevo pensato per questa esposizione doveva contenere la parola cielo.. ma che dire?.. quale cielo? e poi, dopo che quello, il moccia, l'ha smendato con le misure!... insomma 'sto benedetto cielo lo vedevo che lo dovevo lasciare in pace... così ho pensato e pensato e alla fine ecco l'aria, fresca, bella, da respirare.
Cadrà dolce la pioggiaIl filo conduttore è una coperta trapuntata, una specie di piumone, qualcosa di caldo. La struttura dalla quale son partita è quella del paesaggio classico e delle cose in genere: linee orizzontali, verticali, curve... La visione, però, nel vedere questi letti paesaggi è dall'alto, una visione da supereroe o da super partes, attaccata al soffitto insomma; il letto, non per questo, perde la propria identità, rimanda a un paesaggio (spero), a qualcos'altro, ma è sempre letto. Così in mutatis mutandis, cambiato quel che è da cambiare, il letto è letto, comunque. I titoli che ho dato a quasi tutte le opere sono citazioni tratte da film o da testi letterari. Un po' come dire che è fuori dal letto, in una condizione di umana verticalità che si trovano altre tracce, altre cose. Le cose non si fermano in un solo punto, ma girano e girano, perché sono idee. Cadrà dolce la pioggia è il titolo di un racconto di Bradbury che a sua volta cita una poesia. Non c'è presenza umana, siamo già nel futuro, c'è una casa e piccoli robot, un cane e tutto si muove nel quotidiano ancora, ma manca l'uomo. Ogni cosa è riferita a lui ma lui non c'è. In questi lavori c'è qualcosa del simulacro, rimane il letto a dire. Ho giocato un po' sul concetto di presenza/assenza. Qualcosa a dire di qualcuno. Piano WorksPopolo di ricercatori il popolo italiano. Non tutto però. Solo alcuni. I googleiani. Razza a parte. La ricerca è tutta lì.
Oggi, mentre aspetto il mio turno all'ufficio postale ho il dono dell'ubiquità e mi attacco a google.
Guardo la stiva, cos'è rimasto nelle maglie del motore del Titanium.
La ricerca è strana. Strana davvero: estranea. Fuori. Presumo in America. Non qui, comunque.
I cervelli fuggono. La gente sbrocca. S'attacca a tutto.
C'è chi cerca, con estremo candore, su google, un come (almeno credo) "attaccarsi al pennello".
Di pennelli me ne intendo. Di attaccamenti, se non alla maglia (alla mia), un po' meno. Di solito quando ci si attacca a qualcosa, tipo tram, poi bisogna tirar forte.
Attaccarsi al pennello e tirar forte dunque.
Come se fosse la leva di un paracadute.
Ma il paracadute non c'è.
Allora le ali, anche piccole e alle caviglie van bene, o incorporate che non abbian comunque elementi d'attacco e non siano d'artificio. Possono.
Possono spuntare da un momento all'altro, come fossero corna, ma son leggere e neanche le si sente addosso, sul corpo. Diventano corpo. In mancanza di ciò, di articolazioni motorie atte al volo (le corna da sole non fanno testo), allora il solito piano b (1), il piano di ripiego, la ruota di scorta già forata; con questo bagaglio a mano prendere il tram e attaccarsi forte ad un ipotetico manico.
Non succede niente..
a meno che il tram non si chiami desiderio.
1. Stabilire un piano b intende che ci sia un piano a andato a male, come un qualcosa di commestibile che non si consuma e scade.
E' la seconda possibilità. La vita vien descritta figurativamente in piani: il piano b, dovrebbe essere al, o in, secondo piano.
Su questo piano, se così stan le cose, coabitano tutti gli sfigati del mondo, un pianerottolo con infinite porte e altrettanti interni.
Su questo piano la ripetizione dei piani, figurativamente un disegno di Escher, un labirinto.
Si ripete il piano b per portarlo ad un primo livello (roba da videogames), quasi ad una a, ma che a non lo sarà mai.
Nel piano b si trovano i cocomeri e gli spaghetti su spiagge sperdute oltreoceano e mille cose di ordinaria quotidianità comprendente soprattutto il cibo che se le cose si metton male si molla tutto e ci si butta sul mangiare o forme di vita semplice che di "intellettuale" hanno, ma credono male, ben poco.
Quella degli intellettuali è una strana indicazione categoriale. Estranea. Come se non fossimo tutti, ahimè, intellettuali. La mente c'è. Che la si usi o meno e il come non implica il puntare il riflettore solo su quel particolare, per giunta custodito in cranica calotta, del corpo.
Il corpo sa. Oltre la mente, le notizie gli arrivano in meno di un attimo, immediate.(2)
Qualsiasi parte del corpo è aggiornata e informata di tutto (in teoria).
Perché dunque indicare solo una parte del corpo? (in pratica).
E' maniacale (uso spasmodico delle mani, solo delle mani). Il corpo si spezza. Un quarto di bue. E' splatter. Si perde la visione totale, si perde il vedere tutto.
Vedere è capire. Ho imparato questo a lezione. Lezioni di piano.
Piano. Piano Works, di Erik Satie. Musica. Sentire.
La chiave di lettura, la chiave di volta, di violino, nella visione.
Parole da mangiare come musica. Le cose non passano solo attraverso gli occhi. Il corpo sa.
Corporali, compresi e compressi di tutto, mente inclusa o optional, ecco una bella definizione categoriale, senza piani. Via l'intellettualismo, via dalla pazza folla, via di qua e via di là, via, via...
via con me, non perderti per niente al mondo...*
via la mentalità tout court, solo quella inquadrata: esseri corporali, come i bisogni!
*Via con me, Paolo Conte
2. v. Damasio: "Il punto di partenza di Damasio, sostenuto dall'osservazione di diversi casi clinici, è che il cervello non può essere studiato senza tener conto dell'organismo a cui appartiene e dei suoi rapporti con l'ambiente.
Per Damasio, lo studio delle funzioni cognitive, e in particolare della coscienza, ha subito per lungo tempo l'influsso di una tradizione filosofica che può essere fatta risalire a Cartesio. Questi ci propone, infatti, una concezione che separa nettamente la mente dal corpo, attribuendo alla prima, addirittura, un fondamento non materiale. L'errore di Cartesio è stato quello di non capire che la natura ha costruito l'apparato della razionalità non solo al di sopra di quello della regolazione biologica, ma anche a partire da esso e al suo stesso interno. Il processo decisionale (ad esempio quello di compiere una scelta tra due o più alternative), secondo Damasio, è spesso ben lontano da quello di un'analisi che consideri minuziosamente i pro e i contro di ciascuna scelta. Il più delle volte, in special modo quando abbiamo a che fare con problemi complessi, dai molteplici risvolti personali e sociali, siamo portato ad utilizzare una strategia diversa che fa riferimento agli esiti di passate esperienze, nelle quali riconosciamo una qualche analogia con la situazione presente. Dette esperienze hanno lasciato delle tracce, non necessariamente coscienti, che richiamano in noi emozioni e sentimenti, con connotazioni negative o positive." cfr., neuroni specchio.
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